Intelligenza Artificiale VS Intelligenza Emotiva
- 2 feb
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L’AI sostituirà l’intelligenza umana? Quale ruolo ha e quale ripercussione avrà nel mondo del lavoro?
Sono solo alcune delle domande che leggiamo ovunque, sui giornali, sui social, nei libri e vale per ogni ambito della nostra vita, ma soprattutto per quello professionale.
Le tecniche di Intelligenza Artificiale si basano sull’opportunità offerta dall’informatica di elaborare programmi che vanno a imitare il funzionamento della nostra mente.
Sono sistemi in grado di apprendere dall’esperienza; da una sequenza di operazioni elementari e non ambigue che viene detta algoritmo. Disponiamo di congegni digitali che non si limitano a osservare la realtà e a intervenire su di essa in base a come sono programmati ma riescono a interpretarla come farebbe una persona.
Ad esempio, nel mondo del lavoro, gli algoritmi possono migliorare il grado di oggettività dei processi di valutazione e selezione delle persone; tuttavia è stato verificato che possono includere pregiudizi inconsci dei committenti e degli sviluppatori che tengono conto della storicità delle decisioni prese e rischiano di perpetrare dei bias.
Le macchine possono elaborare dati e svolgere compiti complessi, come e meglio di una persona ma mancano di coscienza e comprensione autentica.
Dal punto di vista del processo aziendale, l’utilizzo dell’AI consente un monitoraggio puntuale dei processi di produzione, dei dati e dei risultati, compiti più o meno semplici e di routine, che liberano i collaboratori dai lavori noiosi. Una vera rivoluzione.
Ma attenzione, le operazioni svolte in modo veloce e incalzante possono spingere verso un impiego (saturazione) individuale incrementando il carico di lavoro in modo eccessivo o definire obiettivi difficilmente raggiungibili.
Senza un monitoraggio sul benessere delle persone, l’aumento di carico può diventare insostenibile per i lavoratori e deleterio per i risultati aziendali. Il tempo di lavoro meno “poroso” e gli spazi dedicati all’intelligenza cognitiva possono essere compensati in modo negativo da un aumento di stress.
Ma quindi è intelligente?
A livello etimologico, intelligenza è un termine che deriva dal latino intus legere; dunque l’intelligenza è un insieme di facoltà mentali relative a un leggere dentro, a una lettura interiore, a un cogliere qualcosa approfonditamente e averne coscienza.
Esistono due dimensioni della coscienza. Un livello introspettivo, di automonitoraggio in cui il soggetto è in grado di osservare i propri processi cognitivi come memoria, apprendimento, attenzione, elaborazione delle informazioni.
La seconda dimensione è l’insieme delle informazioni disponibili in un dato momento; le tecnologie lavorano, su questa seconda dimensione. Per cui anche se vengono progettate analogamente alla mente umana in termini di specifiche funzioni e processi, sono prive di automonitoraggio e introspezione.
Eseguire elaborazioni di dati non significa esserne consapevoli: esperienze, personalità, motivazioni, automonitoraggio sono caratteristiche del tutto umane.
L’intelligenza viene considerata in diverse forme, tra queste, si parla di intelligenza linguistica, logico-matematica, musicale, corporeo-cinestesica, emotiva.
La conoscenza di sé, l’autocontrollo, l’entusiasmo, la perseveranza, la capacità di auto motivarsi e soprattutto l’empatia sono elementi che vanno a costituire l’intelligenza emotiva (Daniel Goleman 1995).
Durante i percorsi di counseling e di formazione che propongo alle aziende, stimolo l’intelligenza emotiva e sostengo la motivazione alla collaborazione tra le persone che lavorano in azienda. Affinare gli stili comunicativi e relazionali sono attività utili al maggior benessere individuale e gruppale e al miglior funzionamento organizzativo.
Le emozioni sono contagiose, si sa. Saperle riconoscere e utilizzare è fondamentale per essere esseri umani autentici, realizzati e felici, anche e soprattutto sul posto di lavoro.
Instaurare buone relazioni, essere appagati e felici sono bisogni vitali.
René Spitz (medico, psicologo e psicoanalista austriaco) a sostegno di questa teoria, tra il 1945 e il 1946, fece un esperimento e mise a confronto due gruppi di bambini istituzionalizzati.
Il primo gruppo venne accudito “meccanicamente”, lavato, vestito, nutrito ma in assenza di attenzioni affettuose. Il secondo gruppo venne lavato, vestito, nutrito ma soprattutto venne stimolato e amorevolmente accompagnato durante la giornata. Dopo tre mesi il primo gruppo di bambini presentò sintomi quali, rifiuto del contatto fisico, insonnia, ritardo nello sviluppo motorio, assenza di mimica.
Questo esperimento ha dimostrato che se vogliamo creare ambienti lavorativi performanti, innovativi e sani, abbiamo bisogno di nutrire le relazioni e dare importanza ai riconoscimenti positivi (feedback) per aumentare la responsabilizzazione e il raggiungimento degli obiettivi.
Il counseling aziendale ha lo scopo di stimolare la conoscenza di sé per lavorare meglio nei gruppi di lavoro e per creare un’identità aziendale coerente e vincente.
Indispensabile quindi valorizzare tutte le intelligenze di cui possiamo disporre.
Non ci può essere benessere individuale e organizzativo, se AI non è integrata da EI (intelligenza emotiva) e EI non raggiungerà obiettivi innovativi e efficienti senza AI.



