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Carriera, vita privata e benessere

  • 29 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Dati provenienti da Hr Trends & Salary Survey 2023, la ricerca di Randstad Professionals in collaborazione con l’Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli dell’Università Cattolica, un sondaggio somministrato a direttori del personale e a dipendenti, hanno messo in luce la mancanza di un’idea condivisa su cosa sia davvero importante per poter fare bene il proprio lavoro.

I dati parlano chiaro, l’80% dei lavoratori è insoddisfatto.

Del proprio lavoro, fuori dall’ufficio, si parla spesso con approssimazione.

Tra forma e contenuto, ci si ferma alla forma: ingegnere, avvocato, operaio, medico, account, project manager.

Le professioni sono in evoluzione, ma poco si parla dei processi di lavoro, delle dinamiche e di come si passa una gran parte del proprio tempo.

Intanto all’interno delle aziende il malessere dei lavoratori è in crescita: solo uno su cinque percepisce benessere e serenità, e il 15% afferma con chiarezza di stare male nel posto di lavoro.

La survey evidenzia innanzitutto uno scollamento di percezione: chi dirige il personale non è abbastanza consapevole del turbamento dei dipendenti.

I dipendenti riferiscono:

  • Malessere psicologico (40%),

  • Minori opportunità di carriera (32%)

  • Difficoltà a conciliare vita privata e lavoro (31%).

Ma la percezione degli hr è diversa, secondo loro, i lavoratori sono soprattutto preoccupati per la riduzione dello stipendio.

Anche sulla formazione la visione è diversa: gli hr ritengono che l’organizzazione dedichi buona attenzione alla formazione, un aspetto su cui invece dipendenti si sentono poco considerati (solo il 20% la rileva).

Questa diversa percezione può dipendere dal tipo di formazione che viene proposta. Non basta fare “lezione”, è necessario agire un vero ascolto e introdurre delle tecniche per l’attivazione delle risorse individuali.

Lavorare e proporre una formazione su temi quali, la conoscenza di sé, delle proprie risorse personali per poterle mettere al centro e renderle risorse professionali, fonte di soddisfazione e di condivisione, può essere la vera svolta, che dalla teoria si trasferisce alla pratica.

Uno dei dati più preoccupanti, infatti, è la riduzione e a volte l’inesistenza del senso di appartenenza all’azienda e al gruppo di lavoro.

Conosciamo le persone con le quali lavoriamo, sappiamo creare una relazione che soddisfi gli aspetti personali e quindi quelli professionali aziendali?

La non cura di questi aspetti fa nascere un sentimento di insofferenza che si traduce anche in un mutato rapporto tra lavoratore e azienda: si assiste a un vero e proprio crollo del legame con l’azienda e del senso di appartenenza a un gruppo, a un progetto.

Lo studio condotto dall’Alta Scuola di Psicologia Agostino Gemelli dell’Università Cattolica, ci dice che “I candidati sono critici sull’assenza di interventi per creare ambienti di lavoro adatti al benessere e alla produttività ed evidenziamo anche una distanza rispetto all’effettiva implementazione di strategie per favorire retention e senso di appartenenza.”

È necessario che chi dirige il personale, cerchi un maggiore raccordo con la percezione dei lavoratori su aspetti diventati sempre più rilevanti.

Migliorare la comunicazione e supportare la creazione di relazioni funzionali e volte al benessere personale del lavoratore dovrebbe essere prioritario in un piano di intervento di strategia aziendale.

I dati della ricerca evidenziano che quasi per la metà dei lavoratori (44%) le aziende non mettono in campo una vera strategia di retention e, tantomeno, provano ad agire potenziando il senso di appartenenza.

Ciò che sembra mancare è una vision condivisa su cosa sia veramente importante per poter fare bene il proprio lavoro, condizione di base per poter stare bene al lavoro.

 
 
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